Il Percorso Critico: Sguardi sulla Materia e sulla Struttura
Un'opera d'arte accetta il silenzio dello studio, ma esige il rigore del confronto intellettuale. Questa sezione raccoglie le analisi e le letture curatoriali di critici, storici dell'arte e studiosi della materia che hanno indagato la struttura interna della mia produzione pittorica, plastica e grafica.
Attraverso i loro testi, l'indagine si sposta sulla genesi concettuale dei singoli cicli: dalla dicotomia cromatica ed esoterica del bianco e nero alle tensioni caravaggesche dei corpi martirizzati, fino alla stratificazione materica e quasi scultorea delle visioni architettoniche urbane.
Un itinerario metodologico e critico che documenta la costante ricerca di riappropriazione della forma, ponendosi come uno spazio di riflessione scientifica aperto a curatori, istituzioni e collezionisti.
Ecce Homo di Blasco Maria Patricolo
(acrilico su tela, 60 × 80 × 3,5 cm — 2025)
Con Ecce Homo, Blasco Maria Patricolo compie un’operazione rara: sottrae l’iconografia sacra alla dimensione devozionale per restituirla al dramma contemporaneo dell’uomo. Il riferimento cristologico è immediatamente riconoscibile, ma viene svuotato di ogni retorica religiosa e trasformato in una dolorosa allegoria sociale.
La figura emerge dal nero assoluto come un’apparizione ferita. La scelta radicale del bianco e nero non rappresenta soltanto una soluzione estetica, ma diventa linguaggio simbolico: due poli opposti che convivono nella stessa immagine, evocando la dualità della condizione umana — luce e ombra, fragilità e resistenza, oppressione e dignità. Il contrasto netto tra i toni crea una tensione continua, ma al tempo stesso rivela un equilibrio sottile, quasi metafisico, come se l’essere umano fosse sospeso tra due forze contrarie destinate inevitabilmente a coesistere.
Questa dicotomia cromatica assume risonanze esoteriche profonde: il bianco e il nero richiamano i principi alchemici dell'albedo e della nigredo, le fasi complementari del processo trasmutatorio in cui la materia deve attraversare l'oscurità per raggiungere la purificazione. Nella tradizione ermetica, gli opposti non si escludono ma si generano a vicenda, e proprio dalla loro tensione nasce la conoscenza. Patricolo sembra tradurre visivamente questo concetto: la luce non esiste senza l'ombra che la definisce, così come la coscienza di sé emerge solo attraverso il confronto con il proprio lato oscuro. Il volto del soggetto, letteralmente diviso tra chiarore abbagliante e oscurità assoluta, diventa emblema di questa ricerca interiore — un'indagine che non cerca di risolvere la dualità, ma di abitarla pienamente.
La monocromia esasperata, costruita su bianchi lividi, grigi metallici e ombre profonde, conferisce al dipinto una tensione quasi caravaggesca, accentuata dalla luce violenta che scolpisce il volto e il torso con crudezza anatomica. Non c’è idealizzazione: il corpo è fragile, scavato, vulnerabile. Lo sguardo, asimmetrico e smarrito, non cerca compassione ma costringe chi osserva a sostenere il peso della presenza umana.
Sul piano tecnico, Patricolo adotta una procedura che trasforma la superficie pittorica in un vero e proprio campo di battaglia materico. L'uso combinato della spatola, della malta acrilica granulosa e dell'acrilico nero al 99% genera una texture irregolare e tattile che va oltre la semplice rappresentazione. La spatola non stende il colore: lo incide, lo lacera, lo stratifica creando vere e proprie ferite sulla tela. Questa lavorazione aggressiva conferisce alla superficie una qualità quasi scultorea, dove la materia pittorica si fa carne viva, sofferente. La grana irregolare della malta acrilica cattura la luce in modo differenziato, creando micro-ombre che amplificano il senso di profondità e consumazione. Ogni segno della spatola è una traccia gestuale che testimonia la fisicità del processo creativo, rendendo l'opera non solo immagine ma anche documento di un'azione pittorica violenta e liberatoria.
L’intuizione più potente dell’opera risiede nella corona di spine traslata dalla testa al collo. Questo slittamento simbolico trasforma il martirio in costrizione quotidiana: non più sacrificio trascendente ma soffocamento esistenziale. Il rovo che stringe la gola diventa metafora della pressione sociale, dell’alienazione e della violenza invisibile esercitata dai meccanismi contemporanei del giudizio e del potere.
Patricolo realizza così un Ecce Homo profondamente attuale, dove il dolore non appartiene al mito ma alla cronaca silenziosa del presente. Il volto rappresentato potrebbe essere quello di un emarginato, di una vittima sociale, oppure il riflesso inquietante dello spettatore stesso. Ed è proprio in questa ambiguità universale che l’opera trova la sua forza: non chiede pietà, ma riconoscimento.
Un lavoro intenso, essenziale e disturbante, capace di trasformare la pittura in uno specchio critico della condizione umana contemporanea — dove la materia stessa diventa messaggio, e la dualità cromatica si rivela come via di accesso a una verità più profonda sull'essere.
Paolo Pavone - architetto, cultore della materia
“Silenzio di calce (pietre e memoria)
Nell’opera “Silenzio di calce (pietre e memoria)” l’artista costruisce una visione urbana sospesa tra realtà architettonica e trasfigurazione emotiva, in cui il paesaggio di tetti, cupole e facciate si trasforma in una sorta di memoria pittorica stratificata. Al centro della composizione emerge la grande cupola, elemento dominante che organizza l’intero impianto visivo e funge da perno simbolico attorno al quale si dispongono le geometrie delle abitazioni. Le case, ridotte a volumi essenziali e compatti, si sovrappongono come blocchi di luce e materia, creando un tessuto urbano compatto che richiama le architetture dei centri mediterranei, dove la densità delle costruzioni diventa racconto di storia e di comunità. La superficie pittorica, realizzata con acrilico e pasta strutturale su tela, rivela una materia vibrante e granulosa che amplifica la percezione tattile dell’immagine. Le superfici sembrano quasi erose dal tempo, come se la pittura custodisse tracce di intonaci antichi, muri scaldati dal sole e pietre consumate dalla memoria. Il colore gioca un ruolo fondamentale nella costruzione dell’atmosfera: i gialli caldi e luminosi dominano la scena, evocando la luce intensa delle città meridionali, mentre improvvise presenze di blu e verdi intervengono come contrappunti cromatici che suggeriscono ombra, profondità e vibrazione atmosferica. La composizione si sviluppa secondo una struttura quasi cubica, dove i volumi architettonici si intersecano in una successione di piani che guidano lo sguardo verso la cupola centrale e verso lo sfondo cromatico, attraversato da colature e velature verticali che alludono a una dimensione temporale più che descrittiva. In questo paesaggio non vi è presenza umana visibile, e proprio questa assenza amplifica la sensazione di silenzio evocata dal titolo: le case sembrano custodire storie, voci e presenze invisibili, trasformando l’architettura in un deposito di memoria collettiva. In “Silenzio di calce (pietre e memoria)” la città non è semplicemente rappresentata, ma reinterpretata come spazio interiore. La pittura diventa così un luogo di sedimentazione emotiva, dove luce, materia e struttura architettonica si fondono per restituire l’immagine di un paesaggio che appartiene tanto alla geografia quanto al ricordo.
Sandro Serradifalco
Radicato nella tradizione, proiettato nel futuro
(Annuario Artisti '25 a cura della Fondazione Effetto Arte - testi di Angelo Crespi, Sandro Serradifalco, Edoardo Sylos Labini, Vittorio Sgarbi)
Blasco Maria Patricolo, nato a Palermo nel 1973, incarna un perfetto equilibrio tra la tradizione artistica e un linguaggio espressivo moderno e innovativo. Dopo aver conseguito la maturità artistica e il diploma triennale statale di maestro d'arte con indirizzo pittorico, ha approfondito le discipline del Disegno dal Vero, Mosaico, Modellato, Progettazione Pittorica, Tecnologia dell'Arte e Geometria Descrittiva. La sua formazione si è arricchita grazie agli insegnamenti del pittore e restauratore Nino Pedone e del mosaicista Pantaleo Giannaccari, nonché attraverso la pratica della ceramica artistica nei laboratori di Niccolò Giuliano ed F.B. Ceramiche, specializzandosi nell'arte della maiolica. Oltre al percorso artistico, Patricolo ha conseguito la laurea in giurisprudenza, dimostrando una sensibilità culturale e intellettuale poliedrica. Nonostante l'attività accademica, la passione per l'arte è rimasta centrale nella sua vita, portandolo a organizzare mostre personali e partecipare a esposizioni collettive sin dalla giovinezza. Le sue opere sono state ospitate in prestigiose esposizioni, spesso patrocinate da enti culturali e militari. Le sue opere si distinguono per un uso intenso del colore e per una capacità narrativa che trascende la semplice rappresentazione visiva.
Il tratto, deciso e vibrante, racconta storie di corpi, emozioni e simbolismi, dando vita a composizioni che spaziano dall'astrazione alla figurazione espressiva. Le figure umane nelle sue creazioni emergono spesso in pose cariche di tensione emotiva e dinamismo, evocando sentimenti profondi di lotta interiore, passione e riflessione. Le anatomie sono scolpite con segni essenziali ma potenti, dando vita a immagini di straordinaria forza comunicativa. La luce e l'ombra giocano un ruolo fondamentale nelle sue tele, accentuando il dramma e la profondità delle scene rappresentate.
Patricolo non si limita a un'unica tecnica o tematica, ma sperimenta continuamente nuove soluzioni visive. La materia pittorica viene lavorata con una sensibilità che richiama la plasticità della scultura, creando superfici ricche di movimento e tensione. Nei suoi lavori, si percepisce un forte legame con la tradizione artistica siciliana, reinterpretata in chiave contemporanea. Discendente di una famiglia d'illustri artisti e intellettuali, tra cui Giovanni Patricolo, Salvatore Patricolo e Giuseppe Patricolo, Blasco Maria Patricolo porta avanti un'eredità culturale che si fonde perfettamente con la sua visione moderna dell'arte.
Il suo percorso artistico è caratterizzato da una costante ricerca espressiva, che lo ha portato a collaborare con gruppi musicali per la proiezione delle sue opere durante concerti, unendo così arti visive e sonore in un'esperienza sinestetica. Attualmente vive e opera a Milano, mantenendo sempre un profondo legame con la sua terra d'origine, la Sicilia, che continua a ispirare le sue creazioni.
L’arte pittorica e grafica di Blasco Maria Patricolo rappresenta un esercizio teso alla riappropriazione della forma, per cui il segno si concretizza in concentrazioni significanti che mirano ad arrivare alle radici della vita tutta e dell’essere umano in particolare. Di matrice romantica, espressionista e verista, le sue opere manifestano la volontà di un recupero dell’antico che fonda sulla base del disegno e sull’incisività dei contrasti fra colori timbrici la propria forza, e allo stesso tempo la quanto mai attuale intenzione di porre in discussione la stessa esperienza dell’uomo, costantemente divisa fra carne e spirito, affermazione di sé e dramma esistenziale. L’attributo della santità e la necessità di affrontare il dolore del vivere sono conferiti a quanto pare ad ogni individuo, identificato in brani e stralci di corpi, ma è evidentemente presente anche la ricerca di una essenziale semplicità delle cose, come negli esempi “La danza” e “Lei”.
Dott.ssa Maria Palladino
Critico d'Arte
Il Sacrificio e la liberazione
(Blasco Maria Patricolo)
L'opera pittorica di Blasco Maria Patricolo rappresenta una perfetta fusione di analisi formale e mistero personale. Una ricerca cromatica e contenutistica, quella proposta, che muove la composizione del quadro tra dinamismo e staticità tracciando un confine osservabile tra etica ed estetica.
I dipinti e le sculture dell'artista sono dotati di una composizione formale essenziale che lascia spazio all'emozionalità dello spettatore.
Le opere di Patricolo sono pertanto una raffigurazione fisico estetica della sfera spirituale, un percorso simbolico che dona differenti chiavi di lettura su ciò che ancora risulta “l'inesplorato dei continenti”.
Il viaggio, inteso come percorso di conoscenza, diventa una commistione d'intenti fra attesa e riposizionamento dell'essere umano nello spazio fisico.
Questa volontà risulta visibile nella composizione pittorica dei dipinti, che si dipana in un unicum vitruviano che lascia all'emozionalità del colore il compito di accompagnare lo svolgimento degli eventi.
E' infatti il movimento cromatico ad ammorbidire, contestualizzandola, la fissità della forma che diviene emblema e, allo stesso tempo, simbolo di sacrificio e liberazione.
Il desiderio dell'artista siciliano è dunque quello di spingere l’osservatore a una riflessione interiore, portandolo a confrontarsi con temi universali come la sofferenza la redenzione e la resilienza.
Le figure umanoidi, grazie alla composizione geometrica alla scena, pongono lo spettatore davanti a un contesto onirico e atemporale.
Una disamina questa che appare evidente nell'opera “il cristo rosso”. In questo dipinto il corpo del Cristo richiama alla memoria due elementi cristiani il sacrificio e la liberazione, mentre il rosso, colore della vita e della passione, allude al sangue, al sacrificio, o più semplicemente a quella forza vitale che ancora anima l’essere umano.
Tale composizione vuole, in senso ampio, divenire icona dell'ecce homo contemporaneo.
Un individuo ormai spersonalizzato, esposto, vulnerabile ma ancora in cerca di trascendenza.
Le figure senza volto, elemento cardine dell'ultimo ciclo pittorico, evocano un senso di mistero e universalità, in un simbolismo che abbraccia la perdita dell'identità in favore, di una ricerca ancora più interiorizzata, di un sé nascosto.
Quella di Blasco Maria Patricolo è dunque un vero e proprio percorso di conoscenza che esteriorizza, personalizzandole, le domande universali dell'uomo: “chi sono, da dove vengo, dove sto andando” in percorso umanissimo e sincero che si muove tra le pieghe del mondo.
20/01/2025
Christian Humouda Critico d'Arte - Giornalista
Nota critica dell’opera ‘La Modella’ di Blasco Maria Patricolo
Un pastello bianco. Un cartoncino nero. Tratti spessi e sottili a plasmare il corpo di una modella. Un epiteto che riusciamo ad assegnare alla figura rappresentata solo grazie al titolo che l’artista conferisce al suo lavoro.
Siamo privi infatti della raffigurazione canonica della modella, in quanto ad essere indagato è il suo aspetto interiore e non quello esteriore.
Semplicità e complessità che si riuniscono in un unico, straordinario disegno.
Rossella Antonucci
Critico d'Arte
CRITICA BIENNALE DI SONDRIO
Blasco Maria Patricolo – Limoni, Fichi d’India, Scorcio Urbano
La ricerca di Blasco Maria Patricolo si muove all’interno di un immaginario fortemente legato alla Sicilia, costruito attraverso una pittura materica, compatta e cromaticamente intensa. Nei tre lavori presentati alla Biennale il dato reale — il frutto, il paesaggio urbano, l’architettura — viene sottoposto a un processo di accentuazione espressiva che tende a trasformare la memoria dei luoghi in immagine mentale, sospesa tra riconoscibilità e deformazione.
In Limoni la composizione è dominata dal contrasto tra la massa luminosa dei frutti e un fondo scuro, verde-nero, che occupa gran parte della superficie. I limoni, concentrati nella parte inferiore, emergono quasi come corpi isolati all’interno di uno spazio privo di coordinate precise. La scelta produce un effetto di sospensione efficace e conferisce ai frutti una presenza quasi scultorea, accentuata dalla modellazione chiaroscurale e dalla consistenza della materia pittorica. È proprio l’ampiezza della zona scura a determinare la tensione dell’opera. Il vuoto superiore non funziona soltanto come sfondo, ma diventa elemento compositivo autonomo, contrapponendosi alla densità della fascia inferiore. Questa soluzione è interessante perché sottrae il soggetto alla dimensione della semplice natura morta e introduce un’atmosfera più enigmatica. Al tempo stesso, il rapporto tra figurazione accentuata e suggestione metafisica potrebbe essere ulteriormente approfondito: alcuni frutti presentano una caratterizzazione molto marcata, quasi illustrativa, mentre il fondo tende verso una maggiore indeterminatezza. Proprio questa distanza tra i due registri costituisce insieme la forza e il punto di possibile sviluppo del dipinto. Con Fichi d’India (sera di fine estate) Patricolo sceglie invece la saturazione. L’intera superficie è occupata da una proliferazione di pale e frutti, in un intreccio serrato di rossi, verdi, gialli e aranci. La composizione elimina quasi completamente lo spazio vuoto e immerge lo spettatore in una vegetazione compatta, resa attraverso forti contrasti cromatici e una materia pittorica evidente. Rispetto a Limoni, l’opera possiede un’energia più immediata e quasi sensoriale. La ripetizione delle forme ovali genera ritmo, mentre la componente materica suggerisce la ruvidità dei fichi d’India e, più in generale, una percezione fisica del paesaggio mediterraneo. Il colore assume qui una funzione decisamente emotiva: non riproduce semplicemente il dato naturale, ma lo esaspera fino a trasformarlo in esperienza di calore,
densità e memoria. Scorcio Urbano introduce un registro differente. Qui è l’architettura siciliana a diventare materia pittorica. Gli edifici vengono compressi nello spazio, sovrapposti e ridotti a masse cromatiche fortemente semplificate. Il rosso domina quasi interamente la scena, mentre il verde della parte superiore crea un contrasto netto che accentua la monumentalità e il carattere visionario dell’insieme. La prospettiva appare volutamente instabile. Le costruzioni premere l’una sull’altra, annullando in parte la profondità tradizionale e trasformando lo scorcio urbano in una sorta di struttura compatta. È una soluzione coerente con la ricerca materica dell’artista, perché l’architettura non viene descritta nei suoi dettagli ma trattata come accumulo di volumi, superfici e stratificazioni. La dominante rossa allontana immediatamente l’immagine dalla veduta naturalistica e restituisce una città filtrata dalla memoria più che osservata direttamente. Alcune
semplificazioni formali possono tuttavia apparire schematiche, soprattutto nelle zone in cui i contorni architettonici vengono marcati con maggiore rigidità. Quando invece il colore e la materia assumono il controllo della struttura, l’opera raggiunge una tensione espressiva più personale. La presenza di Blasco Maria Patricolo nel panorama della II Biennale Arte contribuisce così a valorizzare una linea di ricerca incentrata sulla memoria dei luoghi, sull’identità mediterranea e sulla trasformazione del paesaggio attraverso il colore. Attraverso una pittura materica, intensa e fortemente caratterizzata sul piano cromatico, l’artista introduce nel percorso espositivo una riflessione sul rapporto tra esperienza, territorio e memoria, restituendo una Sicilia che non viene semplicemente rappresentata, ma progressivamente trasfigurata in spazio interiore.
Sondrio, 28 settembre 2026
BIENNALE DI SONDRIO A CURA DI PROGETTO ALFA ODV
PALAZZO SASSI DE’ LAVIZZARI - VIA MAURIZIO QUADRIO, 27 - 23100 SONDRIO
pec: progetto.alfa@legalmail.it – www.biennaledisondrio.it Tel. 03421856563